“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.” (L. Pirandello)

Pirandello. Uno, nessuno e centomila. Mai citazione fu più azzeccata per la situazione di cui voglio scrivere.

Relazione amicizia-lavoro: come gestirla?

Istruzioni per l’uso.

Ma magari!

Sono incappata in questo incidente proprio di recente. Per farla breve, ho iniziato una collaborazione con un amico psicologo che ha creato una start up. Tutto ancora molto agli albori, io primo membro del nuovo team. Molto stimolante. Ci ho molto creduto ed ero in un momento della mia vita un po’ stagnante, non vedevo ragioni per cui rifiutare. Dopo qualche mese di lavoro, però, si ripresentavano sempre gli stessi screzi. Sentivo come se ci fosse un problema alla base che non si capiva. E’ stato poi lui a tirarlo fuori sulla forma di problemi nel comunicarci le cose, ma ancora non sembrava una spiegazione soddisfacente. Ci abbiamo un po’ provato, ma, alla fine, ho deciso di finire la collaborazione, un po’ per ragioni personali, un po’ professionali; mancanza di tempo, concentrazione, necessità di una visione più ordinata, e, forse, non ci credevo più.

La corda è stata tirata troppo e si è spezzata.

Risultato? Disastroso!

Non era un’amicizia di vecchia data, era già in certi termini lavorativa. Almeno così mi è stata posta. Detto ciò, io non sono una di quelle persone che misura il valore delle amicizie in base alla quantità di tempo passato insieme (o sei amico d’infanzia o non mi conosci affatto), ma sulla base della connessione (quanti amici d’infanzia in realtà non sanno capirti quando stai cambiando?!). Tra le mie amicizie più care in questo momento della vita ci sono persone conosciute da relativamente poco, un anno, due anni, ma con cui ci siamo subito trovate. Ed è bellissimo, e chi si preclude ciò, non sa cosa si perde.

Per tornare a noi, il quadro che mi si è presentato davanti alla fine di questa collaborazione è stato un discorso molto freddo e distaccato con pretese di essere aperto al dialogo, mentre invece si è concluso con un: “Io e la start up siamo la stessa cosa e da un amico non mi sarei mai aspettato una conclusione di collaborazione; per cui l’amicizia non ha senso di esistere.” Ai miei tentativi di spiegare il mio punto di vista la risposta è stata: “Questo è quello che penso fanne quello che vuoi.” Un muro di gomma.

Apriti cielo!

Quel qualcosa di strano che sentivo alla base è diventato cristallino. Amicizia e lavoro erano totalmente mischiati in un calderone di confusione. Sovrapposti. Nulla era mai abbastanza, ci si sentiva il sabato, la domenica, si parlava di lavoro un po’ su whatsapp, un po’ per mail, un po’ al telefono, davanti a una birra o davanti al computer.

Il mio pensiero finale, che ho anche condiviso, è stato che è in realtà è stato un bene finire questa collaborazione, perché è venuto fuori chiaro che siamo su due piani differenti e qualcuno dei due doveva prendersi la responsabilità di tirare fuori questa diversità. Per me la chiarezza e l’onestà vanno prima di tutto. E, sinceramente, dall’ammontare di scemenze, atteggiamenti, frasi, che mi sono state rinfacciate con calma e pacatezza, direi che la sensazione era reciproca. Risposta: forse. Beh, quello doveva essere un processo alle intenzioni e io ero il colpevole e così è andata. Certo, avrei potuto concludere in modo diverso, arrivarci con più calma, in modo meno drastico, ma cosa sarebbe cambiato? Se la risposta è stata così sulla difensiva, lo sarebbe stata anche successivamente.

E qui viene Pirandello. Ruoli, maschere. Nella vita abbiamo dei ruoli, amici, fidanzati, sorelle, fratelli, nel lavoro ne abbiamo ancora altri, forse meglio distinti e più espliciti. Io, non so se sia un pregio o un difetto, nonostante sia psicologa e il mio lavoro implichi tanto di personale, riesco a separare molto lavoro e vita personale. E, anche se lavoro con amici e i miei colleghi diventano amici, per me è imprescindibile separare il piano personale dai ruoli lavorativi. Posso apprezzarti moltissimo come persona, ma se noto delle criticità nel modo di lavorare, per il bene del lavoro, va reso esplicito, e non vado a minare la persona.

Mi è stato dato dell’approfittatrice e manipolatrice, il tutto ovviamente velatamente e con grande calma, il che, a mio modo di vedere, è peggio ancora. Citando Pirandello, “una realtà non ci è stata data, ma dobbiamo farcela noi se vogliamo essere”.

Ecco, io voglio essere.

Ci ho provato, perché l’idea era interessante, ma la realtà con il tempo muta e bisogna saperlo accettare e comportarsi di conseguenza. Avevamo due realtà in mente non conciliabili. Spesso abbiamo delle aspettative che, poi, nella realtà, possono non essere corrisposte e bisogna saperlo affrontare. Io sono stata molto decisa, ho voluto, per una volta, scegliere per me stessa e, sinceramente, non me ne pento. A maggior ragione dopo che ho visto la differenza nei modi di pensare.

Decisamente mi prendo le responsabilità delle mie azioni. Immaginavo che chiudere questa situazione non sarebbe stato facile, ci ho pensato molto. Ma veramente, cosa c’era di così sbagliato nei miei tentativi di rendere più chiaro il ruolo lavorativo? Cosa c’era di così sbagliato nel decidere di interrompere vista l’impossibilità di trovare un accordo? Perché la correttezza nel rapporto lavorativo deve venire vista come freddezza? Perché prendere il lavoro e l’amicizia come una cosa sola? Perché trascinare situazioni che non convincono? Non ne giova né il lavoro né l’amicizia.

Voi cosa ne pensate? Come gestite lavoro e amicizia nel posto di lavoro? Vi è mai capitato di creare associazioni e collaborare con amici e trovarvi a voler interrompere il rapporto di lavoro per ragioni puramente lavorative?

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