“Come capisci quando ti piace qualcuno?” (cit.)

Ieri sera davanti a un bel bicchiere di vino bianco e a una pasta al pesto, una mia amica, ammirevole professionista psicoterapeuta, mentre parliamo di storie più o meno passate, mi fa una semplice domanda:

“Come capisci quando ti piace qualcuno?”

L’acqua calda.

Domanda diretta.

Provocatoria.

Provocatoria nel senso che mi ha provocato, mi ha suscitato mille pensieri successivi.

Lì per lì, onestamente, non ho saputo rispondere. La risposta è stata non lo so.

Oggi la domanda è tornata nella mia mente e con essa forse una risposta o forse altre mille domande.

Non so rispondere con certezza.

Potrei rispondere dicendo che capisco quando una persona suscita il mio interesse quando entra nella mia mente e inizio ad immaginare come potrebbe essere conoscersi. Anche se qui si entra nell’aspetto mentale ed immaginativo che caratterizza poi l’illusione che spesso mi creo.

Potrei rispondere dicendo che capisco quando una persona suscita il mio interesse quando se incontro questa persona mi viene il batti cuore, mi blocco, non riesco ad esprimermi normalmente e dico cose stupide. Ma vuol dire interesse questo? Rappresenta un’ansia positiva o negativa? Cosa si intende per entrambe? O è solo paura di espormi, di lasciarmi andare, di legarmi e di trovarmi spiazzata di fronte a una fine non calcolata?

E cos’è poi che suscita tutto questo? Un modo di porsi, un modo di muoversi, un modo di esprimersi, un modo di spiegarsi dell’altra persona, un tono di voce, un accento.

 

Immaginarsi, illudersi, avvicinarsi a coloro che sono interessati a me, ma non io a loro (per contrasto lo so capire benissimo; magari cambierà? magari basta del tempo?) apparentemente è la scelta più facile, quella che riconferma che una relazione fa solo soffrire, quella che però fa soffrire di più, perché non hai nemmeno la soddisfazione di aver provato a scegliere.

Perché sì che non scegliere è una scelta, ma spesso è anche lasciar scegliere agli altri.

E qual è la soluzione? Dov’è la soluzione? Dov’è la logica? La soluzione del rebus?

Io i rebus non li ho mai saputi risolvere…

Ognuno suppongo troverà la sua soluzione, la sua logica, quello che ti porta a seguire l’istinto nel verso dello stare bene momento per momento e forse valutare se quello che c’è di bene basta a coprire il male. Ognuno verrà formato dalle sue esperienze, dal significato che dà a quelle esperienze.

Naturalezza. Questa può essere una chiave. Naturalezza nel senso di assenza di forzature. Il fatto di trovare la forza di essere naturali e di esprimersi sempre per quello che si è e di spiegare quello che si pensa, perché sarebbe bello, ma nessuno può leggere nella mente degli altri. Avere il coraggio di esporsi e il coraggio di accettare di essere eventualmente rifiutati per quello che si è. E spesso neanche questo potrà salvarci da sorprese, ma chissà, magari potrà preservarci dal rimpiangere di almeno averci provato, presentandoci per quello che siamo.

PS. L’immagine in evidenza, come sempre scelta con cura, mi sembra necessitare una piccola spiegazione in più. Due persone, due professionisti, ognuno una sua vita, sedute accanto, nel dubbio, volto coperto, con il loro bagaglio di esperienze e sofferenze passate, due metà di cuore spezzato. Combaceranno? Si parleranno?

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